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PRIMA PARTE (da leggere prima di vedere il film)

‘Jalouse’ (‘Gelosa’), film del 2017 diretto da David Foenkinos e Stéphane Foenkinos, approda nei nostri cinema l’11 Ottobre (un anno dopo), con il titolo “Il Complicato Mondo di Nathalie”.

C’è qualcosa all’origine, all’ideazione stessa di questo soggetto, che rende ‘Jalouse’ quasi ingiudicabile seppur è innegabile prendere atto, tanto per cominciare, dell’innegabile bravura di Karin Viard nell’interpretare il suo personaggio (viene il dubbio che stia proprio fuori di testa; i registi hanno dichiarato di aver scritto la storia  proprio pensando a lei).

C’è ogni tanto anche qualche dettaglio che manifesta un’intelligenza davvero raffinata nei due scrittori e registi ma si tratta di lampi brevi, anche se intensi, come l’unico momento in cui il film mi ha commosso, momento di cui non parlero’ perché vi invito calorosamente a vederlo per attivare la vostra mente in modo da scovarlo da voi (ed eventualmente dirci la vostra nei commenti)! C’è qualcos’altro, però, che per me è stato fin  troppo evidente per non pronunciarmi al riguardo, ed è mettendo in luce questo elemento che vi sfido a vedere il film a cuore aperto, in modo da farvi una vostra opinione su ‘Il complicato mondo di Nathalie’ ed, eventualmente, anche criticare le mie impressioni.

Un’opera d’Arte è un tutt’uno che si costruisce a partire da più parti. Ma più l’artista è bravo e più, osservando la sua opera d’Arte, si ha l’impressione di un’unità coerente. In un quadro ben dipinto non si ha l’impressione dei colori separati, staccati l’uno dall’altro, ma si ha la viva impressione di un’unica immagine che ci comunica qualcosa nell’insieme, nella quale possiamo poi indagare liberamente con lo sguardo, cogliendo maggiormente ogni dettaglio, che risuona però sempre nell’insieme. Pensiamo anche ad un violino, che sembra un unico oggetto: il violino è in realtà composto da moltissimi pezzi, tutti progettati in modo da far emettere un unico suono, che sia il più bello possibile. Più il violino è ben costruito più, per un occhio attento ed esperto, si percepisce quest’unità e tutta la bellezza, già prima di ascoltarne il suono.

‘Jalouse’ è un film composto di pezzi tutti ben confezionati e rifiniti, in apparenza, eppure manca, ad uno sguardo più attento, una coesione armonica tra i pezzi, manca di un suo suono cristallino, nitido che attraversi tutto il film. Non ho trovato un magico filo conduttore potente che si percepisca dall’inizio alla fine, e dalla fine all’inizio, e che colleghi tutti i punti, ben disposti ma scollegati l’uno dall’altro. I due registi hanno dimostrato di poter fare un film estremamente bello ma sono rimasti fuori di se’ e fuori dal film stesso. Hanno messo tutti i punti giusti, in apparenza, ma non essendo legati fra di loro secondo un principio che manifesti una piena armonia d’insieme, si sente come un qualcosa che manca. Nonostante a livello intellettuale/cerebrale il film sia comunque intenso, resta troppo solo a questo livello.

I Foenkinos, più che studiare la tecnica, dovrebbero affinare e potenziare il loro stesso sguardo. Ogni opera d’Arte è lo specchio dell’artista e i due fratelli mostrano di avere una capacità profonda nell’osservare le persone cerebralmente, ma nel corso del film manca quasi del tutto un sentire più profondo: dell’anima. Ed è per questo che ‘Jalouse’ si ferma ad essere un film girato con un certo mestiere ma un po’ freddo, e, anche… Basta aggettivi… Chè ognuno si faccia la sua idea!

Vi invito a leggere la parte successiva della recensione soltanto qualora vediate il film, anche se non faccio alcuna anticipazione eclatante; poichè potreste seguire le mie parole soltanto dopo averlo visto e, tra l’altro, se non avete ancora visto “Blue Jasmine” e “Wonder Wheel” di Woody Allen, cogliete l’occasione per vedere anche quelli prima di leggere la seconda parte di questa inusuale recensione.

BUONA VISIONE!

Nathalie Pécheux (la bravissima Karin Viard) e il suo ex-marito Jean-Pierre (Thibault de Montalembert, ottimo contraltare a Karin Viard)

SECONDA PARTE (da leggere dopo aver visto il film)

Per me l’Arte deve andare oltre le proprie capacità e oltre ogni aspettativa di sè, e del pubblico. Ogni volta l’Artista dovrebbe cercare di superare i limiti del proprio orizzonte, per cercare qualcosa di nuovo, avendo il coraggio di non aver paura di un voto basso per il proprio azzardo.

Riflettiamo sul titolo originale: ‘Jalouse’. Potrebbe essere che la distribuzione italiana ha deciso di cambiare il titolo proprio perchè è stato giudicato debole da qualche addetto alla distribuzione che ci ha visto giusto. Perché, in rispetto a ciò che accade nel film il titolo ‘Jalouse’ ci mostra ogni limite dell’opera. Ma mi spiego meglio…

Proprio nella scena finale abbiamo un riferimento diretto al titolo in un dialogo tra la protagonista e il vicino di casa. L’impressione è quella di un tema realizzato scolasticamente al quale, pensando di fare effetto sull’insegnante, si è annessa la scena finale proprio per dare al tema il titolo dell’ultima battuta. Ma se andiamo ad analizzare il film, a partire poi dalla straordinaria prova di recitazione di Karin Viard, il problema della protagonista non è poi tanto essere ‘gelosa’… Proprio pronunciando la battuta finale del film, che richiama il titolo, Nathalie ci mostra, per chi non lo avesse capito dalla prima scena, che il suo problema non è tanto quello di essere o non essere gelosa…

La situazione di Nathalie è molto peggiore dell’essere gelosa. Ecco che, quindi, il titolo stesso del film crolla proprio cercando di comprendere l’ultima battuta di Nathalie.

Forse, ad occhi superficiali, ci si potrebbe accontentare e  ci si potrebbe fermare a ritenerlo un temino ben confezionato sulla gelosia, ma il personaggio di Nathalie appare completamente vuoto e nemmeno mosso dalla gelosia come potrebbe sembrare e come il titolo parrebbe confermare, e, paradossalmente è proprio questo il punto forte della scrittura dei due autori. Cercando di caratterizzare in modo complesso il personaggio di Nathalie sono approdati ad una messainscena che trascende forse le loro stesse intenzioni iniziali, di parlare di un personaggio geloso.

Nathalie, forse nemmeno per volere dei suoi autori, è la triste storia di un essere umano vuoto, di un parassita emotivo, che non ha coltivato nulla nella sua vita a parte il suo ego sconfinato.

Nathalie vive ogni relazione solo in funzione di un bassissimo bisogno di riempire il vuoto della sua anima (compresa quella con la figlia, e demente è il critico che sostiene che sia un film sul “rapporto madre e figlia”, è la cosa più sbagliata che è stata detta riguardo questo film).

Il manifesto italiano del film ha il sottotitolo: “Corri il rischio di essere felice”. Un’altra trovata della distribuzione italiana per attirare il pubblico che spera sempre in un’ottima commedia francese? (perché di ottime commedie francesi ce ne sono, ma questo film non è proprio una commedia, anche se fa di tutto per esserlo)

Qua si parla di un personaggio disperato che, anche in seguito alle vicende narrate, pare abbia trovato solo un surrogato di una vera, effettiva felicità, poichè Nathalie è rimasta completamente vuota come prima, simulacro di sè.

E’ molto interessante, per l’arco di tutto il film, osservare con attenzione ciò che le accade intorno. Ciò che lei continua comunque a non poter comprendere poichè è tanto presa dal compensare costantemente il vuoto della sua esistenza da non empatizzare con nessuno. Proprio tutto ciò che le accade intorno, e i personaggi che la circondano costituiscono la parte migliore del film.

Le battute della protagonista sono quasi sempre battute agghiaccianti poichè sono scritte per far capire quanto lei si sfoghi costantemente della sua frustrazione. Molte risate che ho sentito in proiezione e a cui mi riferivo verso l’inizio di questa recensione-papiro erano semplicemente lo specchio riflesso di meccanismi cerebrali degli spettatori che si sincronizzavano con la protagonista. E non è un caso che proprio mentre trovavo invece una sana ironia, immedesimandomi nello sguardo dei registi/scrittori ed in altri punti sorridevo di gusto, intorno a me erano in silenzio tutti coloro che invece ridevano solo le altre volte. Le risate che sentivo in momenti per me agghiaccianti scaturivano dall’immedesimarsi, empatizzando con la protagonista, anche in momenti in cui per me appariva evidentemente la sua bassezza morale ed era richiesto un sano distacco nell’osservazione lucida della vicenda.

Ecco quindi esternato il senso di qualcosa di irrisolto che mi è rimasto e per il quale non riesco a dare un giudizio chiaro a questo film. Credo che valga la pena vederlo, ma con uno sguardo molto distaccato, come un acuto filosofo che cerca di ragionare profondamente sulle dinamiche comportamentali molto basse e misere dei giorni nostri.

Quando si parla di vampiri emotivi, beh Natalie non starebbe male in questa categoria. E’ pazzesco vedere come in base all’umore ritratta le parole che le abbiamo sentito dire qualche scena prima. Vive in funzione di un momento evanescente, le basta avere un contentino momentaneo. Il dettaglio più importante avviene nel rapporto che la lega all’uomo del quale si innamora. Quando chiacchierano insieme, la sera stessa che si conoscono lei simula totalmente di conoscere il celebre jazzista John Coltrane per compiacere lui che è veramente appassionato. Quando successivamente non si stanno sentendo più e lei è disperata, e solo allora, va in un negozio di dischi per provare a comprare i dischi di Coltrane, e vediamo che si confonde col nome perchè nemmeno se lo ricorda, lo trova grazie al negoziante che la aiuta vedendo che pronuncia la parte iniziale del nome ‘Col…’ senza terminare. E dopo un po’ di giorni che ancora lui non si fa vivo, lei si mette a registrarle messaggi in segreteria per cercare di farlo riavvicinare, e gli dice che ha ascoltato i dischi di Cole (sta per dire Cole Porter!) ma si corregge: ancora nemmeno si ricorda subito il nome di Coltrane. Tanto che non solo viene il dubbio, ma si ha quasi la certezza che, anche se dice di averli ascoltati (e si vede che ha comprato anche un giradischi a posta per farlo), potrebbe benissimo non essere vero. Nathalie vive così. Ha comprato i dischi e il giradischi non per ascoltare veramente Coltrane e avvicinarsi umanamente, sinceramente, all’altro. Lei li ha comprati, e ha comprato anche il giradischi che serve ad ascoltarli, per “dire di averli ascoltati”. Attenzione. Riflettiamo sul fatto che molte persone sono assuefatte a questa forma di esistenza che è solo un simulacro e vivono davvero così. Il loro interesse non è essere e conoscere, il loro interesse è apparire per ottenere qualcosa.

Se ho scritto questa recensione lunghissima è per invitarvi, dopo aver visto questo film, a domandarvi: voi siete come Nathalie o vivete come voi stessi? Vi auguro la seconda…

‘Jalouse’ mi ha immediatamente riportato alla mente il personaggio protagonista di ‘Blue Jasmine’. Anche la Jasmine di Allen resta, come Nathalie in qualche modo intrappolata, come imprigionata nel vuoto della sua anima. Eppure nell’evoluzione della trama, e nello sguardo finale di Cate Blanchett, vediamo che qualcosa si è smosso e quel qualcosa smuove anche noi. In realtà, in teoria, in ‘Jalouse’ il personaggio dovrebbe aver colto qualcosa di positivo dalla vita, in apparenza, mentre in ‘Blue Jasmine’ il finale è ancora più disperato, eppure l’impressione è che Nathalie non abbia veramente acquisito alcunchè…

Nathalie appare come un personaggio senz’anima, ma resta il dubbio atroce che non sia una scelta di caratterizzazione dei registi/autori. Risulta senz’anima perchè è stato scritto staticamente. Non c’è nulla che la smuove sul serio.

Quindi, nonostante la commozione scaturita in un’unica scena, la scena scritta meglio di tutto il film, resta sempre un pensiero che non posso levarmi dalla testa e che rileva un problema comune a tanto cinema e tanta “arte”…

Tarkovsky, o anche Bergman, probabilmente di fronte ad un film del genere non parlerebbero nemmeno di Arte. Perchè? Perchè l’arte che imita l’umano, tanto da non aggiungere praticamente nulla di veramente creativo, forse, non è nemmeno Arte, perchè se lo sguardo stesso dell’artista non è attivo, ma si limita ad osservare passivo, anche se molto acutamente, una realtà, resta quel senso di vuoto, quel senso estremo di vuoto. Un vuoto che non sentiamo finendo di vedere film come ‘Blue Jasmine’ o anche l’ultimo film di Allen: ‘Wonder Wheel’. Nei due film di Allen citati, si parla sempre di persone più o meno vuote che vivono una vita di riflessi, ma c’è, palpabile, uno sguardo attivo, creativo del regista, che ti trasmette altro, che va ben oltre ciò che vedi con gli occhi e senti con le orecchie… All’uscita di ‘Jalouse’ ho provato un grande dispiacere, perché avendo in mente ‘Blu Jasmine’ ho pensato all’ultimissimo film di Allen in cui, tra l’altro, pare che l’autore tratta proprio i temi dello scandalo per cui lo hanno incolpato di nuovo a distanza di anni. Hanno decretato che non uscirà al cinema. – Lo potremo mai vedere? – mi domandavo dopo la proiezione di ‘Jalouse’… Spero di sì. Ma che dobbiamo fare, il mondo va un po’ così… Gira la ruota!… Poche persone cercano di stare al centro. I più si accontentano di girare, di girare e rigirare…

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Orpheus

Dalla tenera età di 7 anni suona, legge, guarda film, scrive, pensa, sente e ogni tanto fa qualcos'altro.

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