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Microtransazioni, se ne sta parlando da giorni su tutti i siti, noi, io, di Yessgame non potevamo che dire la nostra. 

Beni virtuali acquistabili attraverso soldi reali a prezzi variabili, semplicemente noto come il business delle microtransazioni, in giro da un paio di anni e sempre più applicato dalle varie società videoludiche.

Le microtransazioni, ormai si sa, permettono l’acquisto di differenti prodotti come: bonus in game, casse premio, contenuti extra, con prezzi variabili che fanno gola a molti e spesso si tramuta in una spesa complessiva di 10 euro (che vuoi che sia no?)

Non sarebbe un problema se la persona ad acquistare in game siano maggiorenni con un proprio lavoro e con la consapevolezza di quello che stanno facendo, ma il fenomeno si estende fino ai giovani.

Basti pensare a Fifa e il suo Ultimate Team con la possibilità di acquistare crediti in un semplice negozio della GameStop, dove un ragazzino di 10 anni entra, prende il prodotto (in questo caso crediti per Ultimate Team) si dirige alla cassa e paga, in un ciclo continuo, si supera quella linea sottile che demarca, in ogni individuo, la voglia compulsiva di vincere facile spendendo fior di soldi per giungere lo scopo.

Molte aziende hanno iniziato a salire sul carro delle microtransazioni consapevoli, ahimè, che è un ottimo modo per guadagnare.

Prima questo “metodo” di acquisto in game si sposava bene con i cosidetti “free to play”, ovvero prodotti spacciati per gratuiti che poi spingono i videogiocatori ad acquistare oggetti virtuali per migliorare le prestazioni come nel caso di Clash Royal e Clash of Clans.

Oggi questo fenomeno lo si vede anche nei cosiddetti tripla A, videogiochi da alto budget che arrivano a costare dai 60 a 70 euro come “La Terra di Mezzo: L’Ombra della Guerra”, ogni riferimento è puramente casuale, o forse no.

E bene, il tema microtransazioni ha spaccato in due l’utenza, ma indovinate chi vince tra chi è a favore e chi no?

Ve lo dico io:

Il 77% degli utenti intervistati durante un sondaggio di NPD si è dichiarato a favore delle microtransazioni, ma inserendo delle limitazioni.

Ora ci sta un motivo di fondo se vengono implementate nei videogiochi, il costo di produzione è aumentato nel corso del tempo, titoli come Destiny 2 o Forza Motosport sono costati centinaia e centinaia di milioni, venendo offerti all’utente finale sempre allo stesso prezzo di 10 anni fa e qui è chiaro che i prodotti si stanno muovendo sempre al modello di “Game As Service”, cioè un impianto di gioco che spinge il giocatore a tornare sempre, con aggiornamenti continui in un videogioco che non si consuma più in una manciata di ore, ma che costruisce una comunità a cui, di tanto in tanto, vengono dati nuovi contenuti.

L’esempio madre del Game As Service è GTA V.

I recenti risultati finanziari di Take-Two, riferenti al secondo trimestre del 2018, incoronano GTA V come il titolo più venduto nella storia degli USA con oltre 85 milioni di copie piazzate.

Ottenendo, inoltre, una crescita dell’acquisto in digitale del 31%, anno su anno, con un guadagno netto che si aggira sui 302 milioni di euro.

E qui la domanda sorge spontanea: come può un gioco, uscito 4 anni fa, vendere ancora cosi tanto?

Escludiamo a priori gli aggiornamenti di Rockstar per la modalità singleplayer, quelli non sono mai arrivati, ma sono gli aggiornamenti su GTA Online che continuano a trainare il prodotto e comprendono, chi lo avrebbe mai immaginato (ironia ndr), microtransazioni che permettono ancora un cospicuo profitto.

I giocatori sono spinti dall’acquistare GTA$, la valuta in game, per ricevere prima accessori utilizzabili poi. Ovviamente tutto questo può essere ottenuto in game, ma il metodo di pagamento rimane il più veloce, e, forse, gratificante metodo per farsi poi fighi con gli amici e mostrargli i nuovi accessori.

Ed è qui che decade il concetto di gioco, ovvero quello della sfida che esso propone.

Molti chiamano questo fenomeno “pay-to-win”, pagare per ottenere bene in gioco che sbilanciano il multiplayer, dando vantaggio a coloro che spendono di più.

Diventa chiaro che il business delle microtransazioni è un sistema di guadagno molto efficace e istantaneo e i colossi dell’industria come Ubisoft lo sanno: è emerso che i ricavi per gli acquisti in digitale sono aumentati del 69%, con ricavi oltre i 343 milioni di euro.

Inoltre, Ubisoft, ha reso noto che le microtransazioni registrate in game, hanno portato più ricavo rispetto alla vendita digitale dei singoli giochi.

La società francese ha fatto sapere che l’acquisto di DLC, Season Pass e altro materiale corrispondono a quasi 175 milioni di ricavo.

Ma quando una società fiuta un modello di guadagno e inizia ad abusarne diventa pericoloso.

Activision tocca a te.

Proprio Activision ha brevettato un metodo per incrementare la spesa degli utenti con questo sistema.

Il tutto avviene attraverso il ben noto matchmaking, la classica modalità competitiva nei videogiochi che mette contro un determinato numero di utenti. Questo sistema brevettato da Activision fa in modo che il sistema metta contro un niubbo (il videogiocatore più scarso) contro un giocatore che ha appena acquistato un’arma con soldi veri, sperando che il niubbo, vedendolo, si convinca a spendere anche lui.

Questa cosa succede anche nella vita reale, ma, ca**o, pure in game ora?

Per fortuna non è ancora stato implementato in nessun gioco, ma è giusto sapere che esiste una cafonata del genere.

 

Tutto questo per l’ERSB, colui che si occupa della classificazione PEGI in Nord America, non può essere considerato un vero e propio gioco d’azzardo in quanto l’utente ha sempre la certezza di ricevere qualcosa dalle loot box, cosa che nelle slot machine spesso non accade, vedendole più come dei pacchetti con carte dei calciatori Panini, dove non sai che ricevi, ma qualcosa ricevi.

 

Ma il sentore che le loot box siano delle slot machine virtuali nei videogiochi c’è. Il giocatore non compra l’oggetto desiderato, ma casse  a sorpresa che arrivano a costare anche decine di euro.

Attualmente l’unica a tenere una guerra in atto e a fare la voce grossa è la cara e vecchia Europa, che dopo le maxi multe ai colossi del web, potrebbe puntare il dito contro le “subdole” microtransazioni.

 

Ora noi siamo a favore di acquisti in game solo se per oggetti puramente e estetici che non vadano a compromettere il sistema multiplayer e la sfida che un videogioco racchiude in esso.

E voi cosa ne pensate delle microtransazioni?

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Aleiix

Ed ora viene la parte in cui io sollevo voi, povera gente, dal fardello delle vostre fallite ed inutili vite ma, come diceva sempre il mio chirurgo plastico: “Se te ne devi andare, va con un sorriso!”

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